Perché “archeologia”? Perché “fenicio-punica”?

Se l’archeologia è lo studio del passato attraverso le testimonianze materiali, allora l’archeologia fenicio-punica si pone in modo eccentrico rispetto alle altre discipline archeologiche. Secondo il Ministero dell’Istruzione, infatti, questa disciplina “comprende lo studio e l’insegnamento delle testimonianze della civiltà fenicia e punica, sia nel Levante che nelle regioni che si affacciano sul Mediterraneo centro-occidentale, nelle espressioni di cultura materiale e nelle caratterizzazioni conseguenti alle interazioni con le grandi civiltà mediterranee e con i sostrati delle aree d’irradiazione, anche con riferimento agli aspetti storici, epigrafici, economici, numismatici, artistici e religiosi”. Definizione questa che, comunque, è da aggiornare, viste le recenti scoperte nel Portogallo.
Un intero universo culturale, quindi, che gli studiosi di questa disciplina debbono affrontare, usando gli strumenti di molte branche dell’antichistica, dalla filologia alla numismatica, dalla storia dell’arte alla storia delle religioni.
Ma, tornando alle prime domande, perché “fenicio-punica”?

Sia “fenicio” che “punico” derivano dal greco Phòinix, l’etnico usato dai Greci per indicare gli abitanti della Phoinìke, la Fenicia. A loro volta, queste due parole greche condividono un’origine lontana: la radice Phoinik-, infatti, la si ritrova già nelle tavolette micenee ad indicare il colore rosso porpora. Occorre notare che lo stesso significato sembra avere la parola accadica kinakhkhu, attestata nei testi mesopotamici e siriani anche per indicare la terra di Canaan, nota appunto agli scrittori classici come Fenicia.
I Romani, poi, usarono Punici e Poeni per indicare gli abitanti delle colonie di Occidente.
Negli studi moderni, indichiamo come “fenicio” ciò che riguarda la Fenicia propriamente detta, a partire dal XII sec. a.C. circa sino alla conquista di Tiro ad opera di Alessandro Magno, avvenuta nel 332 a.C.; inoltre, indichiamo come “fenicie” anche le prime generazioni di coloni che, partendo da Oriente, hanno prima frequentato l’Occidente per poi insediarsi.
A partire dal VI sec. a.C. le colonie di Occidente iniziano a cambiare: le culture di sostrato – le culture cioè che i Fenici incontrarono nelle aree colonizzate – e quelle di adstrato – le culture vicine a quella fenicia – fecero sì che le espressioni della civiltà fenicia si rendessero autonome dalla Madrepatria, che in questo periodo doveva fare i conti con la dominazione persiana. L’influsso greco cominciò a manifestarsi nell’arte, variamente articolato secondo gli aspetti della cultura cui si rivolgeva, affiancandosi alla componente egiziana, che appare prevalente e qualificante per intensità e continuità fin dagli inizi della civiltà fenicia; tale continuità della tradizione e la ricorrente trasformazione del linguaggio artistico, che con il tempo si dilata e crea una forma diversa, che potrà costituire la base per una nuova espressione ancora decodificabile per la presenza di un “codice”, un sistema di simboli, definito “egittizzante punico”.

È evidente che il linguaggio artistico, quale complesso di elementi appartenenti al mondo del vissuto, della realtà sociale, politica e religiosa di una società, con il tempo, si dilata, diventa più difficilmente comunicabile e potrà costituire la base per una nuova espressione decodificabile talvolta solo per la presenza di un “codice” come quello “egittizzante” costante espressiva della cultura fenicia. Nel tempo la reminiscenza d’icone cultuali e religiose mutuate dal mondo egizio risulta affidata a nuove forme di raffigurazioni, che senza perdere del tutto gli elementi del modello originario fissati in un epoca più remota risultano differenti e di carattere locale.
Nello stesso periodo, Cartagine inizia il proprio movimento coloniale autonomo, passando da colonia a colonizzatrice. L’impulso coloniale diede esiti diversi nelle differenti zone verso le quali la città africana rivolse il proprio interesse. Di qui, l’aspetto diseguale della cultura punica nelle varie aree; in particolare, poi, gli scontri armati tra Cartagine e le altre culture ebbero come teatro la Sicilia e la Sardegna. La Sicilia intorno al 550 a.C. fu invasa dall’esercito nord africano comandato dal generale Malco, che riuscì a sconfiggere i Greci e conquistare parte dell’isola. Sorte diversa, invece, ebbe l’invasione della Sardegna, dove lo stesso Malco verso il 540 a.C. fu sconfitto dai Sardi. Soltanto qualche decennio dopo Cartagine ebbe il controllo totale dell’isola, come ci testimonia il primo trattato tra Roma e Cartagine del 509 a.C.
La cultura punica non finì nel 146 a.C., quando Cartagine fu distrutta dalle legioni romane del console Publio Cornelio Scipione Emiliano – il nipote adottivo del console che sconfisse a Zama Annibale alla fine della seconda guerra punica. La distruzione di una città non provocò la distruzione di un’intera cultura. La civiltà che proseguì quella punica viene chiamata dagli studiosi moderni “neopunica”, civiltà che continuò sino ad almeno il tempo di S. Agostino, vescovo della città nordafricana di Ippona. Il santo scrive nella Epistolae ad Romanos inchoata expositio, 13:
Unde interrogati rustici nostri, quid sint, Punice respondentes: Chanani, corrupta scilicet sicut in talibus solet una littera, quid aliud respondent quam: Chananaei?
“Quindi interrogati i nostri rustici su chi siano, rispondendo al modo punico: ‘Chanani’, come spesso accade in questi casi che vi sia una lettera cambiata, che cosa altro rispondono se non ‘Chananaei’?”.
Un viaggio nel tempo e nello spazio, quindi, quello che lo studio della civiltà fenicio-punica ci invita a fare. Un tempo enorme – almeno dal XII sec. a.C. sino al V d.C. – ed uno spazio altrettanto grande – dalle coste del Mediterraneo orientale sino al Marocco atlantico e al Portogallo – che ci costringono a fare i conti con il nostro tempo ed il nostro spazio, da relativizzare col confronto con le civiltà che ci hanno preceduto.
